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Questo articolo è stato pubblicato il 10 maggio 2018 alle ore 12:08.
L'ultima modifica è del 10 maggio 2018 alle ore 14:08.

10/5/2018


I consorzi e organismi di certificazione e di tutela, nonché i loro laboratori privati di certificazione della qualità del vino e dei marchi «Dop» e «Igp», sono enti privati incaricati di pubbliche funzioni, come quella di salvaguardare l'interesse e il diritto dei consumatori a non essere ingannati sulle qualità e provenienza dei vini, garantendo la concorrenza del mercato e verificando il rispetto dei requisiti previsti dai disciplinari tecnici e dei principi europei di tutela.

Tar Abruzzo

Sul punto si è espresso il Tar Abruzzo, Pescara Sezione I, con la sentenza 3 maggio 2018, n. 151, ribadendo la competenza del Tribunale amministrativo a decidere sulla legittimità dei provvedimenti di declassamento irrogati dal laboratorio di certificazione della qualità e il rispetto del disciplinare dei marchio «Igt» («indicazione geografica tipica») delle Colline Pescaresi, ente incaricato di funzione pubblica di tutela, adottati per violazione del divieto di taglio del vino con uve non prodotte nella zona oltre le percentuali ammesse dalla normativa Ue sulle indicazioni geografiche.

Declassamento

I provvedimenti impugnati, emessi dal laboratorio incaricato quale organismo privato di controllo e certificazione dei prodotti agroalimentari, iscritto nel registro degli organismi autorizzati dal Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, hanno sanzionato con il declassamento, con relativo divieto di utilizzo del marchio di «Indicazione geografica tipica», l'accertamento di gravi non conformità al disciplinare relative ad alcune partite di vino sottoposte a taglio con prodotti di uve, della stessa varietà, ma provenienti da altre zone, oltre il limite complessivo del 15% consentito.

Tracciabilità

A propria difesa, l'azienda vinicola ha sostenuto che il divieto di utilizzo di prodotti fuori zona, oltre il limite di taglio o assemblaggio del 15%, riguarda in realtà solo altre tipologie di uve, diverse dal monovitigno richiamato dal marchio Igt, non riscontrando nella Direttive europee in materia alcun divieto di taglio multiplo, purché effettuato con vino ottenuto con le stesse uve, anche se coltivate in altre zone, non influendo tali pratiche sulla possibilità di tracciabilità, specie a fronte dell'assolvimento puntuale degli obblighi comunicativi ai laboratori incaricati.

Controllo e certificazione

In primo luogo, il Tar abruzzese ha riaffermato la competenza dei giudici amministrativi a decidere sulla legittimità dei provvedimenti, anche sanzionatori e di divieto di uso dei marchi, adottati dagli organismi di controllo e certificazione alimentare, incaricati di verificare il rispetto dei parametri tecnici fissati dai disciplinari Dop e Igp e soggetti alla vigilanza del Ministero delle Politiche Agricole, attraverso il Dipartimento dell'Ispettorato Centrale della tutela della Qualità, i quali, pur essendo organismi privati accreditati, hanno poteri di certificazione e verifica, con vincoli di obiettività, indipendenza e imparzialità, a tutela della concorrenza e del mercato, nonché a protezione dei consumatori, come tali qualificati come enti privati esercenti pubbliche funzioni.

Marchi europei

I marchi «Denominazione di origine protetta» e «Indicazione geografica protetta», di forte valorizzazione territoriale, non individuano un unico produttore titolare di diritto di esclusiva, ma sono marchi direttamente utilizzabili da tutti gli imprenditori di una determinata zona, intenzionati a produrre in conformità alle specifiche del relativo disciplinare tecnico di produzione, laddove il marchio «Dop» riguarda nomi geografici utilizzati per vini con caratteristiche qualitative legate alla zona di produzione, basate su fattori ambientali naturali o socioeconomici, mentre il marchio «Igp» prevede una connessione tra territorio, fattori umani, quali tecniche di coltivazione o cantine, e qualità del prodotto, legando l'intero ciclo produttivo a una data zona, purché almeno l'85% delle uve impiegate provengano dalla «zona geografica menzionata».

Non conformità

Per i giudici amministrativi, respingendo le difese dell'azienda produttrice, ai fini del riconoscimento del marchio Igt oggetto del giudizio, deve essere assicurato, dopo il taglio, il rispetto della percentuale minima dell'85% di vino proveniente da uve raccolte nella zona delimitata dal disciplinare, potendo la restante parte provenire anche da vitigni diversi, purché di origine italiana, avendo invece riscontrato il laboratorio una non conformità grave, con una percentuale accertata solo del 72%.

Circolare ministeriale

Sul punto, rileva la sentenza, il laboratorio ha correttamente escluso dalla percentuale i tagli operati con vini ottenuti con la stessa varietà di vitigno, ma con Igp di provenienza diversa, come correttamente inteso dalla Circolare ministeriale n. 16991 del 25 luglio 2012, sull'applicazione del Regolamento Ue n. 607/2009 sulle denominazioni di origine protette e le indicazioni geografiche protette, che esclude l'uso di altri prodotti fuori zona, anche se della medesima uva, nelle partite di vino già oggetto di taglio o assemblaggio con altre sempre prodotte nella medesima zona, comunque nel rispetto del limite del 15%,

Indicazione geografica

In conclusione, le norme europee e nazionali impongono, per il riconoscimento del marchio di indicazione geografica, l'uso di uve provenienti per almeno l'85% dalla zona geografica delimitata dal disciplinare e con produzione nella stessa zona, sottolineando l'imprescindibile collegamento diretto con una specifica Regione o un luogo determinato, come le Colline Pescaresi, anche dove sia indicato un monovitigno, non potendo legittimare l'uso della medesima tipologia di vitigno oltre i limiti imposti, anche se coltivato in altre zone di provenienza, con inevitabile sanzione del divieto di utilizzo del marchio Igt.